C’è una sonora differenza tra la crisi e la percezione di crisi: la crisi si ha quando una serie di fattori reali concorrono a diminuire il denaro in circolo (grossolanamente), mentre la percezione di crisi si ha quando l’ambiente mediatico che ci circonda, col quale considero anche il passaparola, vanno a creare gli stessi effetti di una crisi. Come si può vedere, il risultato finale è lo stesso, con la differenza che la crisi è generalizzata ed è REALE, mentre la percezione di crisi è una situazione che, partendo da alcuni fatti realmente accaduti o da una vera crisi, porta a qualcosa di simile ma di gran vantaggio per alcuni soggetti, i grandi investitori, perlopiù. Insomma, a qualcuno fa sempre comodo che i consumatori pensino di essere in una crisi, perché chi è più in alto nella piramide economica può tirare il collo a chi sta più in basso di lui costringendolo a sottostare a prezzi immorali per realizzare maggiori guadagni.
Lo so, sembra un po’ complottista, come teoria, però a me sembra plausibile.
L’obiezione che si può fare è che anche i grandi investitori patiscono la crisi: è vero, ma – senza indagare sui motivi per cui le crisi si scatenano (che sta appunto nell’ottusità di certi meccanismi economici) – c’è da dire che il grande investitore è sempre protetto dagli ammortizzatori sociali e dalle banche, perché gli gravitano intorno tutta una serie di piccole e medie aziende, senza contare i dipendenti diretti: per intenderci, lo stato italiano non si può permettere di far fallire la FIAT, perché mantiene (male) mezza Italia. Detto questo, è ovvio che una volta che la grande azienda ha sbattuto contro il muro della crisi, e ha ottenuto dalle banche e dallo Stato ciò di cui ha bisogno per sopravvivere (leggi cassa integrazione ecc) gli conviene mantenerla il più possibile: non paga gli stipendi perché c’è la cassa integrazione, continua a vendere – perché il mercato difficilmente si ferma – ed in più può “taglieggiare” le piccole aziende per ottenere maggiori guadagni. Tutto ciò continua finché il mercato non può più sopportare una situazione del genere, cioè quando è esasperato e i guadagni cominciano a calare, a quel punto piano piano si sblocca il tutto, ma ho notato che non si ritorna più allo status quo originario: infatti, mentre i grandi investitori giocherellano col mercato, i piccoli investitori, costretti ad arrabattarsi, violano alcune regole di moralità economica, come il lavoro nero, quello extracomunitario ecc., cosa che ovviamente non ritorna alla normalità passato il momento critico, dopotutto chi rinuncerebbe a qualche guadagno extra?
Questo, ovviamente, disgrega il tessuto economico di uno Stato, perché i beni e i servizi continuano ad avere lo stesso prezzo (anche se i produttori guadagnano di più), mentre la qualità scende – nessuno è mai riuscito a produrre qualcosa spendendo la metà, più in fretta e a parità di qualità – e la domanda cala, in quanto le persone non hanno più il benessere necessario per comprare. In questo modo di penalizzano anche le aziende che investono ancora sulla qualità del prodotto, perché il consumatore che ha bisogno ma non ha la possibilità si affida a beni più economici ma di qualità scadente o nulla. Si innesca così lentamente un processo che non ho idea di come possa andare a finire, se non con la continua ed inesorabile ripetizione di crisi finanziare sempre più prodonde.
p.s. non sono un economista e non studio economia, questa è un’analisi della situazione da uomo della strada… per cui perdonate le castronerie.

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